Foto olivi
  Home » L'olivicoltura e l'olio d’oliva in Emilia-Romagna: caratteristiche e principali problematiche » Cenni storici » Gli olivi nella collina di Bologna

Gli olivi nella collina di Bologna

L’articolo è curato da Emanuela Rondoni dalla Fondazione Villa Ghigi ed è tratto dalla sua ricerca originale, realizzata con il contributo di Paolina Ceccarelli nell’ambito di un progetto di educazione ambientale intitolato “La ricomparsa degli ulivi”. Per informazioni contattare la Fondazione Villa Ghigi tel. 051 3399084, e.mail fondazione@fondazionevillaghigi.191.it.

Le testimonianze sulla presenza storica di olivi nella collina bolognese sono emerse abbastanza numerose da una ricerca avvincente, resa difficoltosa dalla complessità della situazione amministrativa e delle proprietà che ha caratterizzato questo territorio per secoli.
L’indagine bibliografico-archivistica prima e le conseguenti ricognizioni sul campo hanno preso in considerazione un ambito territoriale vasto (tutta la zona collinare all’interno del confine comunale di Bologna), un’area suddivisa fino alla revisione napoleonica del sistema amministrativo in dodici comuni nei quali la proprietà terriera era abbastanza frammentata, con la presenza di tenute appartenenti in gran numero sia a famiglie nobili che a istituzioni ecclesiastiche. Gli archivi di questi enti, per lo più depositati presso l’Archivio di Stato di Bologna, sono risultati spesso mancanti dell’apparato cartografico o troppo estesi nella parte documentaria per poter essere studiati con il dettaglio necessario. Si tratta quindi certamente di un lavoro non esaustivo che rappresenta tuttavia l’abbozzo di un grande puzzle che solo col tempo si andrà completando. Nonostante questa difficoltà nell’indagine sono emerse diverse situazioni interessanti che nell’insieme coprono larga parte del territorio collinare con una particolare concentrazione lungo l’asse vallivo del torrente Aposa.
Una riprova molto antica di questa tendenza viene da parte degli Statuti di Bologna (dall’anno 1245 all’anno 1267, riportata da L. Frati e ripresa da A.I. Pini) dove si cita rapidamente un aulivetum suburbano proprio in quella valle dell’Aposa dove si trovava anche uno dei due oliveti del monastero di S. Procolo (1296-97), esattamente a Santa Maria in Monte.
Anche oggi la valle dell’Aposa appena oltre i viali di circonvallazione si propone subito con le chiome argentee degli olivi al giardino dell’Annunziata, sono giovani piante che introducono senza intenzione ma in maniera eloquente a una passeggiata nel passato agricolo della collina bolognese.

Dall’erbario di Castore Durante del 1585

Si può affermare quindi che la presenza di olivi in collina si spingeva molto a ridosso della città (sicuramente alcune piante isolate venivano coltivate anche negli orti cittadini ben esposti al riparo di alti muri) sino in vicinanza della località di Mezzaratta, lungo l’attuale via dell’Osservanza. La descrizione di un disegno del perito agrimensore Alfonso Nelli del 1583 ci parla di … un Pezzo di terra Arativa montuosa Arborata con Certi olivi et Pochi Piedi di Vide, con Casa stalla insieme, ... nella Capella di S. Michele di Gaibola in loco detto alla Casa di Meggio … . Questo appezzamento si trovava compreso tra la Strada Alta e la Strada Bassa del Monte, due antiche vie che portavano al Santuario della Madonna del Monte, sul luogo dell’attuale Villa Aldini, prima della realizzazione di via dell’Osservanza. Nel disegno l’edificio chiamato Casa di meggio deve essere identificato con la chiesa di Santa Apollonia di Mezzaratta.

ASBO Demaniale di San Michele in Bosco

ASBO Demaniale di San Michele in Bosco, 191/5187 Raccolta delle mappe dei beni di San Michele in Bosco eseguite dal perito agrimensore Alfonso Nelli nel 1583. Su autorizzazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Archivio di Stato di Bologna

Sul versante opposto presso l’antico convento anche i monaci di S. Michele in Bosco coltivavano gli olivi, nel loro archivio, è conservato un documento dove, tra i miglioramenti apportati al monastero dal Rev.mo P. D. Leonardo da Giuliana Abbate del Bosco tra il 1643 e il 1648, è registrato quanto segue …Tutta l’inchiusa coltivata, et accomodata con tutti stradoni a torno, et in menzo c’ha fatto piantare 300 piante d’olive, e molti insiti d’alberi domestici. Ma già alcuni secoli prima dovevano esistere olivi sul colle se, come ricorda il giardiniere Dante Costa ne “Il ritorno dell’Olivetano”, nel più secolare olivo di S. Michele in Bosco piantato nel 1364 quando gli Olivetani andarono a dimorarvi, ed abbattuto sul finire del settecento, fu scolpita la figura austera di un frate olivetano.

ASBO Demaniale di San Michele in Bosco, 83/2255

ASBO Demaniale di San Michele in Bosco, 83/2255. Su autorizzazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Archivio di Stato di Bologna

Poco più a sud, appena fuori dai confini del Parco Villa Ghigi, le testimonianze bibliografiche e le interviste a Gino Cerè, figlio di uno dei coloni del Professor Alessandro Ghigi, hanno permesso di rinvenire un vecchio esemplare di olivo nel podere San Michele III in passato appartenuto ai Padri di San Michele in Bosco, in seguito compreso nella tenuta Ghigi e oggi di proprietà del CNR. L’olivo, che si trovava nascosto nella pendice boscata rivolta a sud est della valletta del rio di Monte Scalvato, presenta una circonferenza di circa 2 m e si eleva da una ceppaia assai più ampia dalla quale si dipartono molti giovani polloni. Che il versante fosse adatto alla piantagione dell’olivo lo dimostra anche il richiamo a un piccolo oliveto in uno scritto di Alessandro Ghigi del 1963, “Ronzano nel ricordo di Dante”. Oltre a ricordare la “pezza olivata” presente a Ronzano e già citata da Gozzadini, Ghigi aggiunge questa interessante annotazione … La proprietà della mia famiglia confina colla cima del colle di Ronzano, con largo semicerchio da sud a nord ed io vi ho sempre veduto alcuni vecchi olivi a frutto da olio, esposti a mezzogiorno. Ho fatto, circa 30 anni addietro (1933), una piantagione di una settantina di olivi da guazzo1 e ne ho ricavato scarso ma ottimo prodotto. Tuttavia in inverni particolarmente rigidi, i rami e talvolta tutto il tronco, si seccano ributtando poi dal piede. Anche una lettera del 1947 indirizzata al Professor Ghigi fa riferimento a olivi presenti nella sua proprietà, l’esperto interpellato che scrive la lettera fornisce al professore indicazioni precise per il recupero degli olivi toccati. Che si tratti di piante presenti nel podere S. Michele III o nel confinante podere Stradelli (anch’esso per un periodo lavorato dai Cerè) è praticamente certo dal momento che la lettera fu consegnata dal professore stesso al suo colono signor Cerè perché procedesse con gli interventi consigliati; Gino il figlio del signor Cerè conserva ancora questa lettera.

Sempre procedendo verso sud lungo il bacino idrografico dell’Aposa, la memoria degli antichi olivi, che oggi si materializza nel piccolo e giovane oliveto dell’Eremo di Ronzano, è depositata nei testi di Giovanni Gozzadini, lo studioso e archeologo che visse a lungo nell’eremo allora trasformato in residenza privata. Nella “Cronaca di Ronzano” pubblicata nel 1851 egli inserisce molti riferimenti agli olivi. Ricorda un documento del 1353 nel quale due pezze di terra poste in Ronzano, tra possessioni occupate del monastero e da recuperare, sono dette olivate, dal che si conosce che in quei colli si coltivavano gli olivi, alcuni de’ quali vi attestano ancora quell’abbandonata coltivazione. Sessantatre anni dopo (1416) un documento descrive una piccola pezza di terra in Ronzano che forse era compresa nelle sopraddette, avente una sola pianta di olivo. Dal che si potrebbe congetturare che in quel lasso di tempo qualche crudo inverno vi aveva fatto morire quelle piante. Gozzadini continua il suo racconto sulla storia di Ronzano anche dopo l’acquisto da parte dei padri Domenicani nel 1475 e la fabbricazione del nuovo convento terminato nel 1485 …Durante mezzo secolo niun avvenimento ricordato interruppe la claustrale monotonia in Ronzano, e solo abbiamo prova (documento del 1512) che i frati provedevano a migliorarvi l’agricoltura e ad aumentarvi le piantagioni di olivi, d’onde risulta che si attendeva, tuttavia alla coltivazione di questa preziosa pianta ch’oggi è quasi interamente scomparsa dal nostro territorio.
Nei Campioni Vecchi del Convento di S. Domenico della fine del XVI secolo si trova una descrizione del predio di Ronzano dove si legge che la tenuta era, tra le altre qualità, anche olivata. Della presenza di olivi nel territorio di Ronzano si hanno anche altre testimonianze: sono della metà del XV secolo (1446 e 1455) due locazioni enfiteutiche, probabilmente per una stessa pezza di terra, vidata, oliveta e arativa di tornature 3 nella villa di Ronzano sotto la cappella di San Mamolo, trovate nell’archivio Demaniale di S. Salvatore.
I pochi frati dell’ordine dei Servi di Maria, che oggi vivono a Ronzano, provvedono ancora al mantenimento e accrescimento del piccolo oliveto dal quale ricavano poco olio esclusivamente per il loro consumo ma di ottima qualità.

Un vecchio olivo di Ronzano

Un vecchio olivo di Ronzano

L'oliveto di Ronzano L'oliveto di Ronzano

L'oliveto di Ronzano

Ormai oltre il bacino dell’Aposa, ma sempre in vicinanza dell’antica direttrice collinare per la Toscana nei pressi di un importante incrocio di vie, un’ altra interessante attestazione della presenza di olivi ci è fornita dalla pianta di una pezza di terra posta nel Comune di Paderno di proprietà di Carlo Malvezzi eseguita nel 1639 dai periti dal Ferro e conservata presso l’archivio dell’Opera Pia dei Poveri Vergognosi. Si tratta, come recita il cartiglio, di un … Luogo lavorato da Giovanni Paulo Trebi posto nel Comune di Paderno di terra, arativo, arborato, vidato, frutivo, prativo, moredo, …, con alcuni piedi di Olivi, con casa, ara, stalla, teggia, unite forno … . Il luogo è facilmente identificabile trovandosi lungo la via Pubblica di Paderno che scende verso il Savena, diventando poi via delle Torriane, poco oltre la Chiesa di Sant’Apollinare di Paderno. Oggi il podere si chiama L’Aia, durante un sopralluogo, accanto alla colonna sinistra del cancello di ingresso al podere, si è trovata una ceppaia di olivo che ha ricacciato numerosi tronchi. Sembrerebbe un esemplare abbastanza vecchio, ma il figlio del proprietario afferma che è stato piantato dal padre.
Sempre nel comune di Paderno lungo l’attuale via dei Colli, un’altra mappa del 1583 dell’archivio Demaniale San Michele in Bosco mostra un luogo detto La possession et fornace di Paterno che tra le altre qualità era anche a uso di fornace da prede et olle.
(forse non per caso in fondo a via Torriane si incontra ancora oggi un nucleo colonico col toponimo Le Olle). Queste olle devono essere considerate dei generici contenitori per alimenti, ma non possiamo scordare che sono stati fino a pochi anni or sono tra i migliori contenitori per conservare olio.

Opera Pia dei Poveri Vergognosi

Opera Pia dei Poveri Vergognosi, inv.n. 154 (vol.9, n.3; sul verso: n. 3)

Seguendo un’altra direttrice collinare che dalla chiesa della Misericordia raggiunge la media collina bolognese occorre riflettere sul fatto che la chiesa della Misericordia, quasi all’interno dei Giardini Margherita, e oggi intesa come chiesa decisamente urbana, era un tempo il centro di una piccola comunità prevalentemente agricola che si spingeva sulla collina lungo la direttrice di via Castiglione.
Nel fondo archivistico dei Periti Agrimensori si è trovato un disegno del 1579 del perito Alfonso Nelli che ritrae appunto nella Capella di S. Maria della Misericordia in loco detto a Barbiano … una pezza di terra Lavorativa, Oliveta, Arborata, Vidata et parte buschiva, montuosa, pascoliva, … con casa teggia.
Non è possibile identificare dallo schizzo la localizzazione precisa di questa terra con olivi, ma certamente non doveva essere lontana dall’asse di via Castiglione e non molto distante dalla città.

Spostandosi verso levante lungo il versante esposto a est della valletta del rio di Monte Griffone si incontrano altri olivi, siamo presso la cinquecentesca Villa Guastavillani, già vasta tenuta del Cardinale Filippo passata poi ai Gesuiti. Nelle mappe fatte disegnare dai Gesuiti nel 1696, che rispecchiano anche la situazione del 1650, non è citata la coltivazione dell’olivo, in quelle successive, quando la proprietà era tornata come all’origine ai Guastavillani, in un cabreo del 1791 del perito Carlo Cavallina, che riproduce il Predio detto di Barbiano Grande, nell’appezzamento esposto a sud-est tra filari alberati si legge la scritta olivi, ma il sopralluogo non ha dato riscontro della presenza odierna di olivi in questa precisa posizione. In compenso un bel filare di 11 piante secolari è invece presente sul colle a ridosso della villa. Gli alberi mostrano il tradizionale portamento policormico, così frequente sui nostri colli a seguito dei disseccamenti dovuti ai rigori invernali, sono esposti verso sud-ovest al margine di un boschetto che si potrebbe definire ornamentale per la presenza di vialetti di bosso e di cipressi e un vasto pianoro sommitale un tempo destinato alle coltivazioni che oggi ospita un impattante ripetitore. Gli olivi sono ormai quasi inglobati dalla boscaglia ma la luce che filtra dal pianoro li rende ancora minimamente produttivi. Si può supporre che le ceppaie possano avere anche due o trecento anni.

Istituzione Cassoli Guastavillani, Disegni e mappe, n. 12 Istituzione Cassoli Guastavillani, Disegni e mappe, n. 12 (particolare)

Istituzione Cassoli Guastavillani, Disegni e mappe, n. 12 e particolare

Gli olivi a Villa Guastavillani

Gli olivi a Villa Guastavillani Gli olivi a Villa Guastavillani

Gli olivi a Villa Guastavillani

Continuando verso sud, lungo la linea di crinale segnata dopo villa Guastavillani da via Santa Liberata, si raggiunge Ca’ Bandiera, all’interno di uno dei parchi pubblici collinari. Qui, poco più in basso dell’edificio colonico che porta questo nome, lungo la traccia di una antica via che conduceva alla chiesa parrocchiale di Jola, si incontra un breve filare di olivi fasciati dalla vitalba, ma con la rigogliosa chioma grigia ancora ben visibile. Non sono piante vecchissime, e la loro datazione attraverso i documenti per ora non ha dato risultati. Nei catasti storici della comunità di Jola non vengono menzionati, la ricerca potrebbe essere condotta nell’archivio della famiglia Vitali che risultano essere stati i proprietari del terreno alla fine del Settecento.
Una nota interessante: nel brogliando del catasto Boncompagni della comunità di Jola la particella numero 15 indica un luogo detto La Fornace delle Olle con casa colonica, Fornace da Olle, e vasi.

Gli olivi di Cà Bandiera

La strada di crinale tra l’Aposa e il Savena termina quasi alla casa Chioccia rivolta completamente a sud verso la valletta trasversale del rio delle Torriane. In questa bella esposizione poco più a valle della casa è presente un filare di olivi abbastanza giovani tra cui ne spicca uno di discrete dimensioni. L’indagine attraverso i catasti storici dice che nel Settecento la Ciozza, nome col quale ancora oggi si chiamerebbe il podere in dialetto bolognese, apparteneva all’Ospedale della Vita il cui archivio, conservato presso l’Archivio di Stato di Bologna, dovrà essere indagato.

I documenti storici inducono poi a restare nell’area orientale del territorio bolognese, in una zona che oggi riterremmo decisamente impropria per la coltivazione dell’olivo, ma con stupore si deve prendere atto dell’esistenza di due locazioni ventinovennali del 1467 e del 1484 … di una Pezza di terra arrativa, alberata, e vitata, e oliveta con Casa, Pozzo, forno, di tornature 18 circa posta nella Guardia di Bologna nella Contrada di S. Rofillo, in loco detto Malavolta alias Cerola …. La località Malavolta figura come comunità del territorio di Bologna nel 1223 nel quartiere di Porta Procola, ma le menzioni si fanno presto più rade e dal Trecento è sempre unita alla comunità di S. Ruffillo. Questa località deve essere anche correlata al toponimo Malvolta attribuito oggi a una via che inizia da via Toscana verso levante poco prima della chiesa di S. Silverio di Chiesa Nuova e che è anche ricordata nelle descrizioni dell’Ufficio Acque e Strade del 1667 dove si dice che principia nella strada maestra di Toscana e finisce in Savena. Oggi appare quantomeno strano pensare a un oliveto in una zona così densamente urbanizzata e quasi di pianura, ma si deve pensare che si tratta in realtà di alta pianura e che all’epoca era un ambiente prettamente rurale in condizioni climatiche e di economia assai diverse.

ASBO Demaniale S. Maria di Monteveglio, 2/45

ASBO Demaniale S. Maria di Monteveglio, 2/45. Su autorizzazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Archivio di Stato di Bologna

Infine l’indagine si ferma, ma non si conclude, nella parte più occidentale della collina lungo la direttrice del Ravone dove è stata rilevata la presenza di giovani olivi sulle pendici di Monte Albano, ma soprattutto dove è stato individuato un vecchio esemplare di olivo lungo via del Genio poco a valle dall’edificio che sull’odierna CTR è denominato Villa Anna. L’olivo con portamento policormico si trova in posizione riparata verso sud al margine tra campo e bosco non lontano dalla strada. La ricerca sulla cartografia storica mostra come l’edificio fosse più volte denominato Casino Caburazza e, prima della costruzione di via del Genio 2, fosse l’unico presente in questo primo tratto del versante destro della valle del Ravone non raggiunto dalla viabilità pubblica. Per questa località nella carta del Catasto Boncompagni della comunità di Casaglia del 1782/3 alla particella catastale n. 17 si legge Luogo detto Caburazza spettante alle RR. MM. di S. Lorenzo di Bologna, lavorato da Antonio Caburazza. Purtroppo nella descrizione delle coltivazioni di questo catasto non compare l’olivo e così pure nei documenti del fondo archivistico Demaniale delle Suore di S. Lorenzo che fino ad ora sono state esaminate presso l’Archivio di Stato di Bologna.

L’olivo visto da via del Genio

Per tentare qualche breve conclusione da questa prima ricerca si può osservare come gli olivi siano documentati sulla collina di Bologna a partire dall’XIII secolo, con segnalazioni che si concentrano particolarmente nel XV e XVI secolo. In genere si tratta di pezze definite di terra olivata di poca estensione, ad esempio di tre tornature poco più di mezzo ettaro, o solamente di pochi piedi ovverosia di poche piante.
Le segnalazioni si spingono in prossimità dell’urbanizzato con punte verso nord anche al di sopra della “linea dei colli” che si può considerare segnata da via Saragozza, viali di circonvallazione e via Murri/Toscana, come nel caso di Malavolta.
Dai luoghi precisi in cui sono state ritrovate oggi le piante secolari superstiti, o che quantomeno si possono definire storiche cioè con più di cento anni, si può affermare che questa coltivazione veniva concentrata nelle vicinanze dell’ abitazione, ovviamente sempre in luogo riparato e ben esposto, e, se non si tratta di esemplari isolati, spesso con una disposizione in filare. Inoltre le proprietà in cui ricadevano gli oliveti o i singoli olivi rintracciati sono per lo più congregazioni religiose o famiglie nobili, ma questo è intuibile per il fatto che questi erano i principali possidenti della collina e sono quelli che comunque hanno lasciato degli archivi consultabili.
Da queste riflessioni si può dedurre con buona probabilità che la presenza storica dell’olivo nella collina bolognese, almeno per i secoli di maggiore diffusione, è stata dettata dalle esigenze di una economia che tendeva all’autosufficenza e con notevoli difficoltà nei trasporti delle merci. Si trattava di un bene prezioso da difendere e controllare coltivandolo possibilmente nelle vicinanze del nucleo colonico. Sugli usi molteplici delle olive poi, vale quello che è stato detto più volte sull’impiego dell’olio per l’illuminazione e per i riti legati alla liturgia, ma è importante sottolineare che la capillarità della diffusione delle piante di olivo, trovate non solo nei pressi di edifici religiosi, ma anche nelle proprietà agricole sparse sul territorio collinare, può avvalorare l’ipotesi di un discreto uso alimentare delle olive, sia per cavarne olio con piccoli macchinari familiari che per il consumo come frutto conservato. A questo proposito si ricorda che antichi agronomi come Andrea Mattioli e Castore Durante nel XVI secolo rammentano che, tra le poche sorti di olive rimaste rispetto a quelle coltivate dagli antichi, ve ne sono alcune di bella e notabile grossezza, simili alle Bolognesi; Leandro Alberti nella sua descrizione dell’Italia della metà del Cinquecento nei pressi di Bologna cita gli olivi che producono quegli olivotti tanto stimati da ogni lato d’Italia e massimamente a Roma; altri viaggiatori nel secolo successivo menzionano per Bologna dolci e grosse olive niente inferiori a quelle di Spagna; anche Giorgio Gallesio scrive da Bologna nel 1820 nel suo diario, parlando di antiche piante di olivi nella collina, che I frutti di queste piante servono per mettersi in concia, ossia per adolcire. Si pretende che anticamente vi si coltivassero per l’olio e si crede che vi riuscirebbe bene. Questi “olivotti” “Bolognesi” “dolci e grossi” infatti fanno pensare immediatamente a un frutto da tavola; va detto per di più che durante le interviste sono state raccolte anche ricette di olive in salmoia rimaste nella memoria di famiglie contadine bolognesi.

Olivo domestico, da I discorsi di M. Pietro Andrea Matthioli del 1568

Olivo domestico, da I discorsi di M. Pietro Andrea Matthioli del 1568

(1) Con il termine olivi da guazzo si deve intendere piante per la produzione di olive da salamoia.
(2) Via del Genio, toponimo riferito al Genio militare, fu costruita nella seconda metà dell’Ottocento in funzione del Campo Trincerato collinare e denominata Strada militare Ravone-Pozzetti

Bibliografia

 
  Ultimo aggiornamento: 22-04-2008 13:55